domenica 30 novembre 2008

GRAN SUCCESSO DI VENEZIANI A CASTEGGIO


Grande successo domenica scorsa per la presentazione del libro "Rovesciare il '68" di Marcello Veneziani, la sala della Certosa Cantù tutta piena per poter ascoltare l'autore spiegare il suo punto di vista sul 68. A dialogare con lui è stato il dottor Fabrizio Guerrini, giornalista della Provincia pavese, che ha avuto il merito di toccare tutti i temi più importanti trattati nel libro: si partiva da una citazione per poi allargare il discorso ad ambiti affini.

Innanzitutto Marcello Veneziani tiene a precisare che il suo è un libro "omeopatico": ha voluto scrivere cioè "un libro che curasse il '68 scendendo sul terreno del '68", evitando la formula del saggio, con lunghe frasi contenenti tesi poco
chiare, e preferendo la forma del flash, di frasi brevi ed efficaci, che potessero arrivare subito al dunque. Nel corso dell'incontro, l'autore sottolinea e spiega le tesi forti della sua opera, che trapelano nettamente dai flash che la compongono. Egli ritiene che il 68 sia stato uno "spartiacque culturale e civile, italiano e forse non solo italiano", così come hanno sostenuto papa Ratzinger e Monsieur Sarkozy, i quali hanno espresso la volontà di mettersi alle spalle questo periodo. Perchè intorno al 68 si è creata una "retorica di celebrazione", sebbene esso sia stato "un anno povero di eventi", "un anno piccolo" che non ha "innescato una rivoluzione politica o economica" in quanto nessun Paese ha mutato il suo assetto di governo, né è stato rovesciato il sistema capitalistico criticato dai sessantottini. E allora perché ne parliamo?, si chiede lo stesso Veneziani; ne parliamo perché è stata una "grande rivoluzione civile, una grande rivoluzione di costume": infatti, "quando parliamo del '68 (...) intendiamo sintetizzare un cambiamento d'epoca, un clima che muta radicalmente". Ne parliamo anche perchè, in fondo, il 68, nei Paesi occidentali, "fu una rivolta parricida: il simbolo da abbattere era il padre", intendendo definire con la parola "padre" il padre reale, il Padreterno, la tradizione, il docente ovvero tutto ciò che incarnava la responsabilità e l'autorità; "una rivolta contro il padre, che aveva da una parte uno spirito anarco-libertario e dall'altra una tensione massimalista, estremista". Lo spirito anarco-libertario caratterizzò il 68 fin dall'inizio, con le contestazioni americane contro la guerra in Vietnam, per un'università libera, contro il puritanesimo, mentre la tensione massimalista influì, invece, sulla violenza che sfociò negli anni di piombo. Ciò che sottolinea inoltre Veneziani è il fatto che "i sessantottini hanno rotto i ponti non solo col passato ma anche con l'avvenire"; si tratta, infatti, della prima generazione a crescita zero: la generazione, nata dal boom demografico, che "produce lo sboom demografico, cioè la denatalità dei nostri anni". Questo perchè "i sessantottini sono egocentrici, vivono nella dimensione dell'adolescenza permanente (...), non vogliono sentirsi responsabili del futuro" e quindi "mettere al mondo figli è un ingombro, una perdita del loro io, del loro egocentrismo, del loro egoismo". L'attenzione si sposta poi sul '68 dell'Est, totalmente diverso dal nostro: come si legge in un passo del libro, mentre loro "affrontavano i carri", "noi affrontavamo la carriera" piazzando in posti sempre più prestigiosi persone che avevano sfasciato la famiglia, l'università, ecc. e che, proprio per aver fatto il 68, ereditavano il diritto a vedersi assegnato un posto nella società. Per esempio, nella scuola: il giudizio di Veneziani al proposito è severo, in quanto "la scuola, con i docenti, non ha governato il cambiamento", "dopo il 68 è stata privata dei suoi criteri elementari: il senso di responsabilità, l'intreccio tra diritti e doveri, la meritocrazia, la valorizzazione delle qualità", togliendo così ai meno abbienti la possibilità di guadagnarsi un posto nella piramide sociale. Veneziani afferma con forza: "quando tu togli la meritocrazia, togli l'unico criterio alternativo alla ricchezza, quello fondato sulle capacità personali", permettendo così solo a "chi ha un contesto favorevole" di avanzare e raggiungere degli obiettivi. L'ultimo punto trattato dall'autore è il "conformismo della trasgressione che diventa un obbligo rituale" tanto che oggi è "più trasgressivo dirsi sensibile alla tradizione". A tal proposito Veneziani ricorda come il linguaggio è cambiato dopo il '68. I sessantottini criticano il linguaggio borghese, ipocrita, il "manierismo delle buone maniere": si arriva così da una parte alla trivialità, al linguaggio volgare e sboccato, alla parolaccia e alla bestemmia, dall'altra il linguaggio adeguato al politically correct, "che impone di non dire mai le cose come sono" per cui il cieco è il non vedente, il bocciato è il non promosso, ecc.

Insomma, il giudizio di Veneziani sul '68 è assolutamente caustico, teso però a cercare di superare al più presto la moda di parlarne, anche a quarant'anni di distanza, perchè in fondo non vi sono motivi per ricordare il 68 come un anno diverso dagli altri.

Ecco due video con i frammenti più significativi della presentazione del dottor Veneziani.
Ricordiamo che, per meglio ascoltare il video, è necessario fermare la riproduzione della musica di sottofondo; per farlo, basta scorrere la pagina fino in fondo, dove è collocata la banda di riproduzione, su cui cliccare il pulsante di pausa. In alternativa, cliccate sui seguenti link: 1° FRAMMENTO ; 2° FRAMMENTO.

1° FRAMMENTO



2° FRAMMENTO



domenica 9 novembre 2008

ROVESCIARE IL '68 - MARCELLO VENEZIANI


Con estremo piacere,
l'Associazione Culturale La Barbatella e Lions Club Casteggio-Oltrepò presentano l'incontro con Marcello Veneziani, che, in compagnia di Fabrizio Guerrini, presenterà la sua ultima fatica letteraria.




Rovesciare il '68.
Pensieri contromano su quarant'anni di conformismo di massa

Marcello Veneziani


Mondadori

€ 17,00

Il 68 è al potere e vigila su di noi. L'onda lunga e corrosiva del 68, l'ultima febbre che attraversò le giovani generazioni in Occidente, pervade ancora la nostra epoca.
I rivoluzionari di allora e i loro continuatori sono divenuti la nuova classe dominante nel mondo della cultura e della politica, dei media e dell'istruzione, del sindacato e della magistratura, e primeggiano nel regno del divertimento e della pubblicità. Fallito come rivoluzione politica, il 68 si è mutato in ideologia radical, conformismo di massa e canone di vita. Ha distrutto i valori della tradizione, dell'educazione, della religione, mandando in frantumi scuola e famiglia e lasciandoci in eredità un'ideologia libertina e permissiva sul piano dei valori e dei doveri, dei costumi e dei linguaggi, ma intollerante e repressiva verso chi non si riconosce in quel movimento libertario, nei suoi codici e modelli.
Dopo quarant'anni è ormai tempo di bilanci, revisioni critiche e necessarie inversioni di rotta. Marcello Veneziani ripercorre la multiforme eredità della parabola contestataria e critica le ideologie discendenti con un caleidoscopico e caustico bazar di appunti e frammenti, di foto di gruppo e di istantanee di pensiero. Un viaggio attraverso quattro stagioni: l'autunno del 68, "virus di un'epoca riassunto nella superstizione di una cifra"; l'inverno del nostro scontento, tra le ingombranti rovine lasciate dal ciclone sessantottino, soprattutto nell'ambito dell'educazione e della scuola; la primavera della famiglia distrutta dall'ideologia contestataria; infine l'estate della tradizione, intesa come vera trasgressione futura, capace di ricomporre i frammenti di una narrazione interrotta, di un tessuto civile lacerato, di simboli culturali mozzati.
Un testo negazionista del 68, irriverente verso i nuovi divieti e i nuovi obblighi di leva, che non ha paura di essere troppo rivoluzionario né troppo conservatore.

Insomma, Veneziani getta uno sguardo quarant'anni dopo su quel fenomeno che è diventato il '68, traendone un bilancio, dal momento che quel periodo ha partorito figli e anche nipoti. È salito al potere e diventato conformismo di massa, anzi, sostiene Marcello Veneziani, canone di vita.
Ha creato luoghi comuni e nuovi pregiudizi, codici ideologici, il cui rispetto implacabile è il presupposto unico per poter vivere il proprio tempo: emblema di questa tendenza è il politically correct.
Nel 2008 - ricorda curiosamente l'autore - i sessantottini sono diventati sessantottenni ed è ora di fare i conti con la loro opera e la loro eredità.
Per compiere questo viaggio in un'epoca così particolare e così importante per le ripercussioni sul presente, Veneziani si affida ad un veloce insieme di schizzi e frammenti, di flash e immagini, di foto di gruppo e istantanee di pensiero. Uno zapping animato da un triplice progetto: descrivere in breve il '68; ricordare cosa resta e quali sono le sue rovine oggi spesso ingombranti; capovolgere il '68 attraverso l'uso creativo e trasgressivo della tradizione, quella tradizione che per tanto tempo è stata denigrata e che andava superata.

Solo per darvi un'anteprima, abbiamo scelto alcuni passi, che ci sono parsi interessanti e significativi per ciò che racchiudono: giusto per un assaggio prima della lettura, caldamente consigliata!

La rivoluzione sognata dal 68 non ha rovesciato gli assetti di potere, i rapporti di classe, ma i valori e i costumi.

Il 68 infiammò un'epoca e poi lasciò una nuvola di fumo. Fumo ideologico per una generazione rapita da fumose utopie. Fumo di molotov, micce e P38 per una generazione che scelse la violenza e il partito armato. Fumo di canne e allucinogeni per una generazione che fuggì dalla realtà attraverso la droga. Le tre gioventù fumanti che uscirono dal 68 inseguivano un miraggio comune: il paradiso artificiale a portata di mano.

(...) gli effetti sociali e culturali furono vasti e devastanti: la scuola e l'università, la chiesa e le istituzioni, la famiglia e la borghesia uscirono peggio di come vi erano entrate. Non solo più affaticate e demotivate, ma anche umanamente, culturalmente, eticamente sfiancate, inacidite, peggiorate.

L'egocentrismo generazionale e soggettivo fu l'effetto più profondo del 68.

Il professor Platone, nell'VIII libro della Repubblica dimostra che il 68 non fu nemmeno una novità, ma un vetusto rigurgito anarchico che periodicamente risale dalle viscere della storia.

La società estetica, fondata sul principio del piacere, fu il sogno che percorse il 68, somministrato da Marcuse.

La liberazione sessuale ha coinciso con l'uso commerciale e consumistico e della donna.

Il professore che un tempo godeva di prestigio e autorevolezza è ridotto al rango di colf o animatore. E' sceso nella scala sociale, e costituisce un antimodello, ciò che i ragazzi non vogliono diventare... Altrimenti finisci come lui, a insegnare...

La trasgressione è intesa come la normalità.

La maggior parte degli antifascisti che fecero la Resistenza non volevano la libertà ma un'altra dittatura, comunista o giacobina. Sognavano un totalitarismo più compiuto rispetto a quello fascista, che abolisse proprietà, disuguaglianze, mercato e religione.

(...) Interiorizzazione del pubblico, esternazione dell'intimo. Ciò che è privato si confessa in pubblico, esige pubblico. Con la scusa dei diritti civili, la città entra in casa. Qui ha vinto davvero il 68: il personale è politico.

Lo sfascio famigliare ha prodotto una nuova figura tragica, grottesca e vagabonda: lo sfamiglio, che non è semplicemente un single, ma il profugo e il superstite dall'esplosione che ha colpito al cuore la cellula basilare della società, la famiglia.

La famiglia è il primo stadio di quel passaggio dalla natura alla civiltà; non cancella quel che è in natura, ma gli dà un senso, una norma, un riconoscimento, un'eredità e una prospettiva. (...)

(...) La tradizione trasmette non rimpiange. Esprime continuità, non cordoglio.

Le caste in Italia sono tre e non una soltanto: a quella politica, si aggiunge quella tecno-economica e quella intellettuale, allevata dall'italomarxismo e consacrata dal 68. Un sistema di caste a circuito chiuso, a cui si accede per cooptazione, affiliazione e accettazione del canone.

Né single né sposati, in medio stat virtus. In anulare stat virus.

I veri tradizionalisti amano gli alberi, a cominciare dall'albero genealogico.

Troppe morti per velocità, abusi, sesso, droga, alcol. La vita piace da morire.

La tv ha due facce: fa compagnia a chi è solo, isola chi è in compagnia.

(...) Nobile, contrazione aristocratica di non abile.

Gli ambientalisti crescono con l'inquinamento. Una città sana ha i polmoni verdi intorno e la materia grigia in testa. Qui si è invertito l'ordine cromatico.

La scuola si fonda sulla tradizione. Non c'è scuola se non c'è nulla da trasmettere, da tramandare. La scuola è connessione a una rete verticale di saperi ed esperienze tra generazioni. La sua chiave d'accesso è tra.

L'ipocrisia non è il contrario della verità, ma il suo galateo. L'ipocrisia non è come la menzogna: è il velo dorato sul vivere civile, funge da imene della verità, perchè la tutela, impedisce di violarla o abolirla. La verità attiene all'essenza della vita, l'ipocrisia riguarda le relazioni civili. La cultura discesa dal 68 pensò al contrario: dichiarò guerra all'ipocrisia ma dichiarò morta la verità. Squarciare il velo per non trovare nulla.

lunedì 3 novembre 2008

LA MOSTRA DI CORREGGIO A PARMA


Siete mai stati a Parma? Vi consiglio caldamente di visitarla: una cittadina veramente incantevole, che ti cattura fin dai primi passi che si compiono sulle sue strade.
L'occasione per cui abbiamo visitato Parma è stata la mostra di Correggio (anche questa è imperdibile, avete tempo fino al 25 gennaio 2009): è articolata in quattro sezioni rappresentate da Galleria Nazionale, Camera di S. Paolo, Chiesa di S. Giovanni Evangelista e Cattedrale. Sicuramente i due pezzi forti sono la visita alle cupole della Cattedrale, dove si può ammirare L'Assunzione della Vergine, e della Chiesa di S. Giovanni, con la celebrazione dell'Evangelista.
Nell'Assunzione della Vergine, sono raffigurati gli apostoli appoggiati ad una balaustra ottagonale, sopra la quale si trovano dei fanciulli che bruciano incenso per il funerale della Vergine. Al centro della cupola si assiste all'evento dell’Assunzione della Vergine, ormai giunta ai limiti del Paradiso, quasi spinta da una moltitudine di angeli, Santi e figure appartenenti al Vecchio Testamento. Al centro delle nubi celesti l’Arcangelo Gabriele, o Cristo, aspetta Maria per segnare il suo volo verso il cielo. Sotto al vano della cupola si trovano pennacchi affrescati con i quattro protettori di Parma: San Bernardo, Sant'Ilario, San Giuseppe, che da molti è indicato come San Tommaso, e San Giovanni Evangelista, mentre negli estremi inferiori dei sottarchi vi sono sei figure giovanili affrescate in chiaroscuro, che portano festoni semplici e sottili da appendere al tempio per festeggiare il grande avvenimento.

In S. Giovanni, invece, Correggio esegue l'affresco della cupola come sua prima opera nello stesso edificio. Lo schema iconografico pare alludere a un'Ascensione del Redentore, ma a ben guardar il moto di Cristo, reso evidente dallo svolazzo dei panneggi, è discendente e non ascensionale, mentre la figura di San Giovanni è quasi nascosta, stesa sul cornicione della cupola, al di sotto del cerchio degli apostoli. Nei pennacchi sono rappresentati i Padri della Chiesa accoppiati agli Evangelisti. Nei sottarchi Correggio dipinse figure monocrome di eroi biblici, mentre decorò a grottesche i semipilastri sottostanti.

Nella Galleria Nazionale sicuramente degno di nota è il "Compianto sul Cristo morto", sempre del Correggio, opera di somma perizia, in cui traspare tutta la sofferenza del momento raffigurato: il dolore del supplizio, lo svenimento, l'urlo, la disperazione.

Al termine della visita, un bel giro nel centro di Parma: da Piazza Duomo a Piazza Garibaldi, passando per Piazza della Steccata con la splendida chiesa di S. Maria della Steccata. Per non parlare delle quattro vie principali che si incontrano nella piazza Garibaldi: strada Cavour, strada Farini, Strada della Repubblica e Via Mazzini.
Un'amenità è rappresentata dal Palazzo Ducale, immerso nel Parco Ducale: una grande area verde, dove si può passeggiare o contemplare la natura del parco, potendo estraniarsi dalla realtà cittadina.

Accanto al profilo artistico, Parma vanta una tradizione enogastronomica: basti pensare al Parmigiano Reggiano, al Prosciutto di Parma, al Culatello di Zibello, ai tortelli alle erbe, alla torta fritta e via dicendo...Specialità da leccarsi i baffi!






Per info:



Aldo Bonaventura

sabato 25 ottobre 2008

GIOVANNI BIANCONI PRESENTA "ESEGUENDO LA SENTENZA"

Giovedì 16 ottobre, alle ore 21, presso l'Almo Collegio Borromeo di Pavia, ho avuto il piacere di assistere alla presentazione del libro di Giovanni Bianconi Eseguendo la sentenza. Roma, 1978. Dietro le quinte del sequestro Moro. Alla presentazione hanno partecipato, oltre all'autore, Mino Martinazzoli (allora Presidente della Commissione inquirente per i procedimenti d'accusa), Virginio Rognoni (allora vicepresidente della Camera dei Deputati; subito dopo il ritrovamento del corpo di Moro, subentra a Cossiga al Ministero degli Interni) e Corrado Belci (allora deputato e direttore de Il Popolo, il giornale della Dc).
Belci, il primo ad intervenire, elogia l'opera di Bianconi per aver "riconnotato come tragedia" quel triste evento, mentre nei primi anni seguenti l'uccisione del presidente della Dc vi era un eccessivo "sensazionalismo nella pubblicistica", una "sovrabbondanza di tossine della dietrologia", che aveva tirato in ballo la teoria del "Grande Vecchio". Egli ricorda come Cabras, segreteria Dc, sosteneva con forza che il sequestro si inscriveva nel periodo storico particolare che stava vivendo l'Italia intera: lo stesso Belci, ora più lucido, appoggia questa tesi, affermando che "non si può estrapolare il sequestro Moro dall'Italia di allora, con i morti che ci sono stati prima di Moro, nei 55 giorni del sequestro e dopo Moro, fino a Ruffilli, Biagi e D'Antona".
Apprezzamento per il libro giunge anche da Martinazzoli, il quale parla di una "ricostruzione corale", cioè una ricostruzione reale e veritiera di cosa accadeva in quei giorni, nella vita di tutte le persone normali, oltre che dei politici, degli intellettuali, ecc. Interessante l'interrogativo posto dall'ex segretario Dc: egli si chiede quanto e come ha contato il "modo di essere italiani" nell'affrontare la tragica vicenda, ricordando come molto spesso, per noi, "l'immaginazione va oltre la realtà". Viene inoltre ricordato come il modo di comportarsi di Moro racchiude tutto il suo modo di fare politica, un uomo grande anche nel momento difficile. Martinazzoli conclude dicendo che si può ricavare qualcosa dal sequestro Moro "non archiviando il caso" (come hanno sostenuto Fassino e Ingrao), ma tenendo aperta la questione.
Rognoni, infine, si limita a ricordare quei giorni, certamente tremendi e angoscianti, oltre che quelli ancora più difficili da Ministro degli Interni in un momento in cui non poteva sicuramente delicato; sottolinea, inoltre, come dal libro traspare l'atteggiamento di "immobilismo dello Stato", la linea "nè con lo Stato, nè con le Br", ossia la linea dura che la Dc aveva deciso di portare avanti, che Bianconi contesta non essere sempre stata tenuta.




ESEGUENDO LA SENTENZA.
Roma, 1978. Dietro le quinte del sequestro Moro

Giovanni Bianconi

Einaudi Stile libero

€ 17,00


sabato 6 settembre 2008

GREVI E COLOMBO: A PROPOSITO DI LEGALITA'

Presso il Cortile delle Statue dell'Università degli Studi di Pavia, nella terza serata del Festival dei Saperi, inserita nel ciclo di interventi "Lessico civile", ieri sera ho avuto il piacere di ascoltare la conversazione tra Vittorio Grevi, ordinario di Procedura Penale presso la medesima università, e Gherardo Colombo, ex magistrato e autore del volume "Sulle regole", presentato nel corso della serata.
Il senso di questo incontro, e più in generale del ciclo di incontri dal nome "Lessico civile", sta nel tenere sempre vivi i principi che presiedono alla convivenza dei cittadini. E parlare di legalità, come hanno fatto Grevi e Colombo, certo ha aiutato ad analizzare e a tenere a mente che senza regole e senza il rispetto delle stesse, non ci è possibile vivere.
La serata si è aperta, in un Cortile delle Statue affollato in qualsiasi angolo, con la presentazione di Gherardo Colombo e un approfondimento sul perché egli ha deciso di uscire dalla magistratura a metà febbraio del 2007, dopo oltre trentatré anni. Per spiegare i motivi di tale decisione, l'ex pm ha usato la metafora dell'idraulico, che, chiamato nell'abitazione di un condominio dal momento che non esce acqua dai rubinetti, comincia ad analizzarne le cause; dopo aver controllato il rubinetto e le tubature domestiche, entrambi integri, pensa che forse vi è un problema a livello del rubinetto centrale del palazzo e lo controlla: scopre che in effetti il problema risiede proprio lì e, dopo averlo risolto, verifica che in casa l'acqua fuoriesce nuovamente dal rubinetto. In questo esempio, il rubinetto della cucina rappresenta l'amministrazione della giustizia, mentre il rubinetto centrale rappresenta "qualcosa che sta prima" della giustizia stessa: è per questo motivo che Colombo si è convinto pian piano che "perché la giustizia cambi, sarebbe stato utile intensificare quel che già cercavo di fare nei momenti lasciati liberi dalla professione: girare per scuole, università, parrocchie, circoli e in qualunque altro posto mi invitassero a dialogare sul tema delle regole. La giustizia non può funzionare se il rapporto tra i cittadini e le regole è malato, sofferto, segnato dall'incomunicabilità" (parole tratte dall'introduzione al suo libro Sulle regole).
Dopo questa spiegazione, che Colombo riteneva doverosa per far comprendere il senso del suo libro, definito scherzosamente, ma non troppo, da Grevi "breviario laico di educazione civica", vengono introdotti i temi della prima parte del libro: la neutralità di termini come "regola", "legge", "legalità", "il cui significato può variare indefinitamente in base al contenuto che esprimono", potendo essere diversi in rapporto al momento storico e al Paese e spesso anche in contraddizione tra loro; l'ambiguità del termine "giustizia", usata per definire sia un principio sia il sistema creato "per risolvere le controversie" tra gli esseri umani e in nome della quale, nel corso della storia, sono stati compiuti rivoluzioni e genocidi; da dove deriva il diritto: inizialmente derivava dalla divinità, poi si è cominciato a parlare di diritto naturale, basandosi sul presupposto che "ogni essere umano avesse dentro di sé, fin dalla nascita, alcuni principi fondamentali comuni a tutti gli altri", poi si è parlato di diritto positivo, ossia il diritto è giusto quando è stato prodotto da istituzioni delegate a farlo ed è osservato; quindi la svolta recente: il passaggio da "sudditi" a "cittadini", grazie alla separazione dei poteri, "presupposto per la creazione (...) di una società in cui diritti e doveri siano distribuiti equamente".
Si passa così a parlare della seconda parte del libro, la più intensa dal punto di vista del ragionamento logico, la quale affronta il tema delle due società: la società orizzontale, nella quale l'uomo è al centro, costituisce un "valore", una "dignità", si basa "sull’idea che l’umanità si promuova attraverso un percorso armonico in cui la collaborazione di ciascuno (…) contribuisce all’emancipazione dei singoli e al progredire della società nel suo insieme"; la società verticale, quella che ha dominato gran parte, se non tutta la storia, vede l’uomo come strumento, si basa sulla gerarchia, “scartando gli inadeguati”, e i suoi valori fondanti sono la separazione e l’annientamento. Tuttavia – sostiene Colombo – “può darsi che una società sia organizzata nel suo complesso in modo verticale, eppure in parte viga il sistema dell’orizzontalità”. L’osservanza delle leggi viene garantita in modo solo parzialmente diverso nei due sistemi: nella società verticale “la sanzione deve (…) consistere in un male” e quindi sono previsti la pena di morte e il carcere; quest’ultimo, anche se in teoria incompatibile con la società orizzontale (come la pena di morte), viene utilizzato nella stessa per punire l’inosservanza di molte norme. L’ex pm sostiene che il fatto che il carcere sia la principale risposta alla violazione delle leggi non deriva solo “dalla tradizionale equivalenza tra sanzione, da un lato, ed esclusione e sofferenza, dall’altro”, ma anche dal contributo della Chiesa (ad esempio, l’Indice dei libri proibiti, che è in fondo una forma di esclusione).
Il discorso intrapreso nella seconda parte - sottolinea Grevi - è propedeutico all'illustrazione di un modello di società orizzontale, quello contenuto nella nostra Carta costituzionale, come Colombo fa nella terza parte del suo libro. Il salto compiuto nei secoli per giungere a questo risultato è notevole: se un tempo giustizia voleva dire "riconoscimento e tutela delle diseguaglianze" (basti pensare ai tempi della schiavitù), oggi giustizia è "riconoscimento e tutela delle pari opportunità". E, infatti, i due principi cardine della Costituzione, da cui discende tutto il resto, sono: il riconoscimento dei diritti e l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge.

Uscendo fuori dai temi strettamente trattati nel libro, ma muovendosi sempre nel campo della legalità, il professor Grevi chiede un parere a Colombo riguardo un eventuale cambiamento dell'azione penale, passando dall'essere obbligatoria all'essere discrezionale: così, sostiene Grevi, il magistrato potrebbe decidere sua sponte quali reati perseguire e quali persone indagare per quei reati, venendo meno ai principi di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. E Colombo risponde sostenendo che l'obbligatorietà dell'azione penale è fondamentale per mantenere la separazione dei poteri: in caso contrario, il magistrato sarebbe costretto a rispondere dei propri atti e perderebbe perciò la sua indipendenza.
Riguardo un altro tema caldissimo, le intercettazioni telefoniche, Colombo afferma che, secondo lui, l'uso è attualmente eccessivo, mentre si tratta di uno strumento da utilizzare con estrema cautela, solo per quei reati che effettivamente offendono la comunità e, soprattutto, non come "scorciatoia", a scapito, cioè, di altri strumenti d'indagine, magari anche più funzionali. E' poi importante difendere la riservatezza degli intercettati; la pubblicazione dei colloqui dimostra che noi tutti vogliamo che le regole siano rispettate, ma quando siamo chiamati a farlo in prima persona ci tiriamo indietro: "ciascuno per sé é l'ultimo giudice".
Grevi conclude questa conversazione domandando quanto la cultura influenza il diritto: la sua personale opinione è che il diritto deve essere più forte e deve indirizzare la cultura, senza farsi sopraffare. Colombo, come si è evinto dal botta e risposta, crede il contrario: la mentalità o i comportamenti generali sono più forti e in grado pertanto di influenzare le regole e il loro rispetto. Ha fatto l'esempio di Tangentopoli: quindici anni fa c'era indignazione nei confronti di coloro che si macchiavano di reati di corruzione, oggi c'è molto meno sconvolgimento e malumore perché la gente si è quasi abituata, prevale un atteggiamento giustificazionista, il quale é in grado di influenzare la legge.
La conversazione si è chiusa così, seguito da alcune domande del pubblico. Inutile dire (credo si sia capito) che esso sarebbe potuto continuare per altre ore, non so quante: dalla passione dei due conversatori, é emerso chiaramente come il tema sia complicato, pieno di mille sfumature e perciò difficile da condensare in due ore.

Per maggiori informazioni:
Aldo Bonaventura

mercoledì 3 settembre 2008

3° FESTIVAL DEI SAPERI A PAVIA



Si apre oggi a Pavia, prolungandosi fino al 7 settembre, il "3° Festival dei Saperi", il cui tema è Linguaggi della creatività: matematica e musica.
Il programma è stato curato da un Comitato scientifico composto da personalità dei diversi ambiti culturali (Cesare Balduini, Carlo Alberto Redi, Silvia Vegetti Finzi, Salvatore Veca tanto per citarne alcuni). Lezioni magistrali, conferenze, dialoghi e laboratori offriranno spunti di riflessione sulla mente creativa, sulla struttura dei linguaggi matematici e musicali, su matematica e musica come strumenti per l' educazione.
Avendo già consultato il programma, vi anticipo alcuni degli incontri più interessanti.

Mercoledì 3 settembre, ore 21,30, Teatro Fraschini: "Gilberto Gil & Broadband Band" in concerto (a pagamento).

Giovedì 4 settembre, ore 17, Piazza della Vittoria: Gianni Rivera, Fabio Cudicini e Mario Corso discutono con Gigi Garanzini su "Numeri in gioco. Dall'uno all' undici".

Giovedì 4 settembre, ore 21,15, Cortile del Broletto: "Intrecci sonori". L'orchestra dell'istituto musicale "Vittadini" suona "Le quattro stagioni" di A. Vivaldi.

Venerdì 5 settembre, ore 18,30, Cortile delle Statue dell'Università degli Studi: "Incontri con l'Autore". Paolo Giordano presenta "La solitudine dei numeri primi", vincitore del Premio Campiello Opera Prima e del Premio Strega, entrambi nel 2008.

Venerdì 5 settembre, ore 21,30, Cortile delle Statue dell'Università degli Studi: "Lessico civile: la giustizia e le regole". Vittorio Grevi incontra Gherardo Colombo, autore del volume "Sulle regole".

Sabato 6 settembre, ore 18, Teatro Fraschini: "Premio di divulgazione scientifica 2008" attribuito a Patrizio Roversi.
Sabato 6 settembre, ore 22,45, Cortile del Broletto: "L'altro Novecento. Concerto Jazz" a cura dell'istituto musicale "Vittadini".

Domenica 7 settembre, ore 11,30, Cortile dei Caduti dell'Università degli Studi: "Pluralismo". Conversazione degli studenti collegiali con Salvatore Veca.

Domenica 7 settembre, ore 21, Piazza della Vittoria: "Numeri da circo (mediatico)". Lamberto Sposini conversa con Antonio Di Bella, Massimo Cirri, Filippo Solibello e gli "Uomini dell'Auditel".

Domenica 7 settembre, ore 21,30, Cortile delle Statue dell'Università degli Studi: "La matematica e la musica di fronte all'infinito". Lectio di Giorgio Israel.
Domenica 7 settembre, ore 21,30, Castello Visconteo: "Max live 2008". Concerto di Max Pezzali (a pagamento).

Questi sono solo alcuni degli eventi: al sito
www.festivaldeisaperi.com, è possibile prendere visione del programma completo e scaricarlo in formato pdf. E' inoltre presente una sezione dedicata alla città di Pavia, con itinerari cittadini, guida ai monumenti, indicazioni su dove mangiare e dormire.


mercoledì 30 luglio 2008

A SUON DI FISARMONICA


Una serata a dir poco magnifica, in scena nella Chiesa di S. Pietro Martire, ha coronato l'appuntamento del "VI Festival Internazionale della Fisarmonica Guido Bogliolo". L' Orchestre d'Accordéons de la Suisse Francophone, diretta magistralmente dal maestro Lionel Chapuis, ha deliziato il pubblico, che ha gremito la chiesa in ogni ordine di posto e che ha apprezzato e partecipato attivamente, producendosi negli accompagnamenti di alcuni pezzi.
Il concerto si è aperto con un pezzo di Boelmann, per continuare con la ce
leberrima "Aria sulla quarta corda" di Johann Sebastian Bach e con un "Pater Noster" scritto dal maestro G.M. Bogliolo, nel corso del quale all'orchestra si accompagnava un piccolo coro: un pezzo apprezzato dall'uditorio, tanto da richiederne il bis alla fine del primo tempo. Si è continuato con brani di Deatwiler, Kolz, Perosi, Verdi e Webber e con due marce svizzere, dalla musicalità e dal ritmo molto trascinanti ed orecchiabili al punto che l'intera chiesa non ha resistito a battere le mani a tempo.

La seconda parte della serata è stata dominata dal maestro Bogliolo, oscar della Fisarmonica e direttore artistico del Festival, che ha suonato tre pezzi superbi: "La danza delle spade" di Khachaturyan, "La gazza ladra" di Rossini e "Rapsodia in blu" di Gershwin. Si tratta di tre pezzi storici, in cui il maestro ha potuto mostrare tutte le sue abilità tecniche, incantando l'intero pubblico che ha seguito in religioso silenzio l'esecuzione, tributando un lungo applauso al termine.


Il tour dell'orchestra proseguirà nel corso della settimana alla volta di Corinaldo, Castelfidardo (una delle patrie della fisarmonica, insieme a Stradella), Città del Vaticano (per onorare la festa nazionale elvetica, l'orchestra suonerà per le Guardie svizzere di Sua Santità), Roma presso il Pantheon, Pisa e Varazze.

Aldo Bonaventura