venerdì 3 aprile 2009

MARCELLO PERA ALL'UNIVERSITA' DI PAVIA

Giovedì 2 aprile 2009, nella splendida cornice del Salone Teresiano della Biblioteca Universitaria di Pavia, ho seguito la presentazione del libro "Perchè dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l'Europa, l'etica" di Marcello Pera, edito da Mondadori nel 2008. Sono intervenuti nel corso della presentazione anche Luigi Zanzi e Luigi Vittorio Majocchi, entrambi docenti presso l'Università degli Studi di Pavia.


Certamente tutti ricorderanno Marcello Pera nelle vesti di presidente del Senato della Repubblica tra il 2001 e il 2006. Ma egli è prima di tutto un grande studioso di filosofia della scienza, sui cui temi ha prodotto numerosi saggi. Dopo il 2000, ha dedicato diversi articoli e saggi al rapporto fra la cultura storica europea e il cattolicesimo. Sicuramente degni di nota sono "Senza radici", scritto assieme all'allora cardinale Ratzinger, e "Perchè dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l'Europa, l'etica".

L'esordio della presentazione è incentrato sul titolo, di cui Pera tiene moltissimo a precisare il senso: innanzitutto "non è un libro autobiografico", che vuole parlare del rapporto che l'autore ha con la religione; nè è un libro "apologetico del Cristianesimo". Semplicemente è un libro di "filosofia politica, morale e dell'attualità". Scritto "aprendo la finestra": cioè non basandosi su luoghi comuni oppure sentito-dire oppure critiche di tesi portate da altri filosofi; ma ascoltando effettivamente ciò che la gente dice, percepisce, lascia intendere.
E cosa si coglie? Una profonda "crisi di carattere morale e spirituale, di identità", una grandissima difficoltà a definire chi siamo noi in Italia e in Europa. Spesso, soprattutto negli ultimi decenni, non ci siamo posti questa domanda a causa della difficoltà della risposta. Oppure siamo stati messi dinanzi all'evidenza in modo drammatico: basti pensare al terrorismo islamico, ai problemi di integrazione con gli stranieri, alle questioni etiche al vaglio in Parlamento.
Come mai si è giunti fin qui? - si chiede Marcello Pera. La risposta è abbastanza semplice. C'è stata una profonda crisi del liberalismo e della democrazia, dottrine da sempre basate su solidi fondamenti. E pertanto, venendo a mancare solide basi, si è passati "dall'universalismo al relativismo", ossia quella posizione filosofica che nega l'esistenza di verità o mette criticamente in discussione la possibilità di giungere a una loro definizione assoluta e definitiva.
E l'esempio di questa crisi è, secondo Pera, ben rappresentato dalla "parabola dell'Europa". Tutto è iniziato con il disegno post-bellico dei tre padri fondatori Adenauer, Schumann e De Gasperi di "costruire un'identità politica, un'unione politica di Stati intorno all'identità cristiana". Mentre questo non è stato. Si è proceduto per trattati tra Stati autonomi sovrani, lasciando intatte le carte costituzionali dei singoli membri. Quando, però, si è cercato di passare dall'"aggregazione di Stati", come era quella configurata dai trattati, al "sovrastato o sovranazione europei" attraverso la Costituzione europea, il progetto è naufragato e si è tornati indietro ai trattati. Chiaramente, le ripercussioni di una scelta del genere sono evidenti a tutti: la forza, in qualsiasi ambito, viene attribuita ad un solo soggetto, non ad un insieme di soggetti, ciascuno dei quali parla con la propria voce. Veniamo spesso rimproverati così: "l'Europa non parla con una voce sola": semplicemente perchè l'Europa non è un soggetto unitario politico.
Pera si sofferma ampiamente sul principale motivo di fallimento della Costituzione europea. Spiega come "non si trattava di menzionare il Dio cristiano". La proposta era quella di inserire un "preambolo, unica occasione tra tutte le Costituzioni europee", nel quale illustrare perchè gli Stati si univano e mettevano a punto gli articoli della Costituzione. Lo scontro aspro è stato sull'inserimento, nel preambolo, del richiamo alle radici cristiane: dai sostenitori era ritenuto opportuno e dovuto, dato che "la storia europea è stata tenuta a battesimo da Pietro e Paolo", dovunque ci giriamo c'è un segno cristiano come nell'arte, nella cultura, nella musica: insomma, pur senza rendercene conto, il substrato della nostra cultura è cristiano. I detrattori, invece, avevano chiesto di inserire qualsiasi altro richiamo: all'Umanesimo, all'Illuminismo, al socialismo, ecc.
Un ruolo importante in questa diatriba è stato giocato dal relativismo, secondo il senatore Pera. Non è stato possibile inserire il richiamo alle radici cristiane per evitare di "urtare i molti immigrati islamici" oppure per non rendere difficile l'ingresso della Turchia in Europa". Il relativismo si è tradotto, in politica, in "multiculturalismo": un crogiolo di culture, tutte aggregate tra loro, ma nessuna superiore alle altre, nessuna con un peso maggiore. Tuttavia gli effetti nefasti del multiculturalismo sono sotto gli occhi di tutti: aver voluto concedere agli immigrati gli stessi diritti degli Europei e il mantenimento delle loro culture ha portato a inevitabili scontri, come ricordiamo tutti in Francia, Inghilterra e Olanda, Paesi che, pure prima di altri, hanno dato libero corso al multiculturalismo.
L'ultimo aspetto toccato dall'autore riguarda l'etica pubblica: egli fa notare come la rivoluzione liberale, da Locke a Kant per arrivare alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, ha proclamato l'esistenza di alcuni diritti fondamentali inviolabili. I quali, però, sono stati vittime - anch'essi - dell'ondata relativistica e pertanto messi in discussione perchè (e qui ritorna la tesi precedente) si è avuto una "crisi dei fondamenti".

In fin dei conti, dice Pera, "se ti dici cristiano recuperi un'identità" che potrà essere molto utile in futuro e "metti un freno alla deriva dell'etica pubblica". Si prende, quindi, coscieza di chi siamo, dove viviamo e con chi ci confrontiamo in maniera più forte e convinta, arma importantissima nel mondo globale e multiculturale in cui ci troviamo a vivere ogni giorno.

Aldo Bonaventura

venerdì 6 febbraio 2009

VAN GOGH A BRESCIA

Vincent van Gogh non ha certo bisogno di presentazioni. Le sue tele, i suoi colori, il colpo pesante del suo pennello, i girasoli sono immagini ben impresse nella nostra mente e fanno parte della conoscenza artistica media di ognuno.
Pittore olandese, vissuto tra il 1853 e il 1890, van Gogh può essere considerato il trait d’union tra Impressionismo ed Espressionismo, attraversando il primo e ponendo le basi per la nascita del secondo. Viaggia molto nella sua vita tra Olanda e Francia, dove viene a contatto con l’arte di Millet e Daumier, suoi riferimenti artistici principali, con le forme di Rembrandt e i colori di Rubens fino all’incontro e alla collaborazione con Gauguin. La crescita e l’evoluzione artistico-pittorica di van Gogh sono a dir poco singolari e sono protagoniste della mostra a lui dedicata presso il convento di S. Giulia a Brescia. Un percorso cronologico attraverso il mondo e l’arte del pittore olandese, la possibilità di capire, tramite le sue opere, la sua formazione pittorica. Più di cento capolavori tra disegni e tele provenienti dal Kröller-Müller Museum di Otterlo (Olanda) raccontano l’ anima più intima dell’autore, la sua crescente passione per l’arte, la sua vita da nomade, il rapporto con il fratello Théo. Inizia a dipingere a 27 anni van Gogh, inizia a studiare e riprodurre scene di vita contadina, zappatori, lavoratori. Il suo mondo, semplice e povero, diventa il suo bellissimo modello. E’ un pittore sociale, rappresenta la fatica e la sofferenza della sua gente cercando di dare forma ai loro visi e alle loro emozioni…

”Un contadino è più vero coi suoi abiti di fustagno tra i campi, che quando va a Messa la domenica con una sorta di abito da società. Analogamente ritengo sia errato dare a un quadro di contadini una sorta di superficie liscia e convenzionale. Se un quadro di contadini sa di pancetta, fumo, vapori che si levano dalle patate bollenti – va bene, non è malsano; se una stalla sa di concime – va bene, è giusto che tale sia l'odore di stalla; se un campo sa di grano maturo, patate, guano o concime – va benone, soprattutto per gente di città”.

Il tratto dei primi disegni è incerto, la figura poco definita racconta gesti,
espressioni. Ma è una figura generalizzata e spesso caratterizzata da coppie di altre opere. Van Gogh in breve tempo prende sempre più consapevolezza dei suoi mezzi, studia le forme e la tecnica, sperimenta matite, carboncino, acquerelli. I soggetti cominciano a diventare personali come personale comincia ad essere lo stile, il tratto, brutale e vigoroso. Disegna paesaggi e persone, suoi compaesani, la lavanderia che vede dalla finestra, vedute della città. Lo zio, mercante d’arte, compra i suoi lavori e gli fa le prime commissioni. Fondamentale nella vita e nell’arte di van Gogh fu il rapporto con il fratello Théo con cui intrattenne un rapporto epistolare per tutta la vita nel quale l’autore stesso racconta i suoi lavori e i suoi tormenti, le difficoltà economiche, le idee: è la possibilità di vedere come il pittore viveva e soffriva nel suo mondo, come trasformasse in linea e colore una verità tutta sua regalandola a noi sotto forma di emozione. Piccole deviazioni dalla realtà, le rughe come solchi ma tanto profonde quanto vere nel raccontare il volto del vecchio marinaio, le mani rovinate. Butta il colore sulla tela, la pennellata grossa, ruvida, maestosa all’impatto: nulla è da immaginare o interpretare perché la verita che van Gogh mette nei suoi lavori è la verità vera. Giù giù fra i mile disegni e gli studi si arriva alla sala dedicata all’arte compiuta del maestro: un autoritratto, i cipressi, il giardino dell’ospedale, gli ulivi. Alcuni tra i suoi più grandi capolavori lì a testimoniare cosa era diventata la pennellata incerta degli anni addietro, come era cambiata la linea, il colore…

“So benissimo che la tela ha dei difetti ma, rendendomi conto che le teste che dipingo adesso sono sempre più vigorose, oso affermare che "I mangiatori di patate", insieme con le tele che dipingerò in avvenire, resteranno.”

La sua mente lo abbandonò definitivamente nel 1890, portandolo al suicidio. Così Vincent van Gogh si portò via tutta la sua arte.
Più che una mostra un viaggio attraverso la vita, la sofferenza di un uomo. Il suo percorso artistico dai primi passi fino all’esplosione, la possibilità di vedere come un artista nasce, vive e si spegne all’ombra della suo genio.

Lorenzo Vigo


(Le immagini presenti nel post sono ricavate dal sito ufficiale della mostra: http://www.lineadombra.it)

martedì 23 dicembre 2008

AUGURI DI BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO


Ho sempre pensato al Natale come ad un bel momento. Un momento gentile, caritatevole, piacevole e dedicato al perdono. L'unico momento che conosco, nel lungo anno, in cui gli uomini e le donne sembrano aprire consensualmente e liberamente i loro cuori, solitamente chiusi.
C. Dickens

Così, come scrive Dickens, dopo un lungo anno siamo arrivati a Natale, caro e vecchio Natale…
È ormai il secondo Natale in compagnia della Barbatella che grazie a tutti voi è cresciuta molto, tanto da essere considerata una realtà della zona ed un punto di riferimento per la promozione della cultura sul nostro territorio. Non potete neanche immaginare che emozione ricevere i complimenti di tutte le persone che ci seguono o di chi anche solo ha sentito parlare del nostro progetto, che orgoglio essere contattati da artisti, giornalisti e amministrazioni comunali che ci chiedono di collaborare: questo è il premio del durissimo lavoro svolto, dalla passione di tutti i ragazzi che lavorano sempre per fornire un servizio che prima di tutto sia di QUALITÀ.
Tirando un po’ di somme di fine anno possiamo solo sorridere…ci eravamo lasciati lo scorso Natale con un piccolo concerto all’attivo e tanta voglia di fare…ci ritroviamo oggi dopo appuntamenti come il Requiem di Mozart e la visita del dott. Marcello Veneziani, dopo aver regalato a Casteggio momenti importanti che non facilmente si ripeteranno, ma soprattutto abbiamo riempito le sale e le chiese di gente interessata e coinvolta che è il traguardo più ambizioso che ci eravamo preposti.
Con l’associazione compie un anno anche il nostro Blog, anche lui stravisitato e che a oggi conta quasi 2000 visite: se pensiamo che la Barbatella è un’associazione di interesse prettamente locale possiamo considerarlo un risultato enorme.
Il 2009 è alle porte e anche la nostra associazione si prende un po’ di pausa, così da tirare il fiato e riorganizzarci per i prossimi eventi…le idee sono tante, la passione tantissima…non possiamo che fare bene!!!!
Nell’augurarvi un Buon Natale e un gioioso 2009 Vi ringrazio di cuore per la vostra partecipazione sempre così calorosa…perché se anche la Barbatella, come il Natale, solo una volta “ha aperto i vostri cuori…solitamente chiusi” abbiamo raggiunto il nostro obiettivo.

BUONE FESTE

Lorenzo Vigo

domenica 30 novembre 2008

GRAN SUCCESSO DI VENEZIANI A CASTEGGIO


Grande successo domenica scorsa per la presentazione del libro "Rovesciare il '68" di Marcello Veneziani, la sala della Certosa Cantù tutta piena per poter ascoltare l'autore spiegare il suo punto di vista sul 68. A dialogare con lui è stato il dottor Fabrizio Guerrini, giornalista della Provincia pavese, che ha avuto il merito di toccare tutti i temi più importanti trattati nel libro: si partiva da una citazione per poi allargare il discorso ad ambiti affini.

Innanzitutto Marcello Veneziani tiene a precisare che il suo è un libro "omeopatico": ha voluto scrivere cioè "un libro che curasse il '68 scendendo sul terreno del '68", evitando la formula del saggio, con lunghe frasi contenenti tesi poco
chiare, e preferendo la forma del flash, di frasi brevi ed efficaci, che potessero arrivare subito al dunque. Nel corso dell'incontro, l'autore sottolinea e spiega le tesi forti della sua opera, che trapelano nettamente dai flash che la compongono. Egli ritiene che il 68 sia stato uno "spartiacque culturale e civile, italiano e forse non solo italiano", così come hanno sostenuto papa Ratzinger e Monsieur Sarkozy, i quali hanno espresso la volontà di mettersi alle spalle questo periodo. Perchè intorno al 68 si è creata una "retorica di celebrazione", sebbene esso sia stato "un anno povero di eventi", "un anno piccolo" che non ha "innescato una rivoluzione politica o economica" in quanto nessun Paese ha mutato il suo assetto di governo, né è stato rovesciato il sistema capitalistico criticato dai sessantottini. E allora perché ne parliamo?, si chiede lo stesso Veneziani; ne parliamo perché è stata una "grande rivoluzione civile, una grande rivoluzione di costume": infatti, "quando parliamo del '68 (...) intendiamo sintetizzare un cambiamento d'epoca, un clima che muta radicalmente". Ne parliamo anche perchè, in fondo, il 68, nei Paesi occidentali, "fu una rivolta parricida: il simbolo da abbattere era il padre", intendendo definire con la parola "padre" il padre reale, il Padreterno, la tradizione, il docente ovvero tutto ciò che incarnava la responsabilità e l'autorità; "una rivolta contro il padre, che aveva da una parte uno spirito anarco-libertario e dall'altra una tensione massimalista, estremista". Lo spirito anarco-libertario caratterizzò il 68 fin dall'inizio, con le contestazioni americane contro la guerra in Vietnam, per un'università libera, contro il puritanesimo, mentre la tensione massimalista influì, invece, sulla violenza che sfociò negli anni di piombo. Ciò che sottolinea inoltre Veneziani è il fatto che "i sessantottini hanno rotto i ponti non solo col passato ma anche con l'avvenire"; si tratta, infatti, della prima generazione a crescita zero: la generazione, nata dal boom demografico, che "produce lo sboom demografico, cioè la denatalità dei nostri anni". Questo perchè "i sessantottini sono egocentrici, vivono nella dimensione dell'adolescenza permanente (...), non vogliono sentirsi responsabili del futuro" e quindi "mettere al mondo figli è un ingombro, una perdita del loro io, del loro egocentrismo, del loro egoismo". L'attenzione si sposta poi sul '68 dell'Est, totalmente diverso dal nostro: come si legge in un passo del libro, mentre loro "affrontavano i carri", "noi affrontavamo la carriera" piazzando in posti sempre più prestigiosi persone che avevano sfasciato la famiglia, l'università, ecc. e che, proprio per aver fatto il 68, ereditavano il diritto a vedersi assegnato un posto nella società. Per esempio, nella scuola: il giudizio di Veneziani al proposito è severo, in quanto "la scuola, con i docenti, non ha governato il cambiamento", "dopo il 68 è stata privata dei suoi criteri elementari: il senso di responsabilità, l'intreccio tra diritti e doveri, la meritocrazia, la valorizzazione delle qualità", togliendo così ai meno abbienti la possibilità di guadagnarsi un posto nella piramide sociale. Veneziani afferma con forza: "quando tu togli la meritocrazia, togli l'unico criterio alternativo alla ricchezza, quello fondato sulle capacità personali", permettendo così solo a "chi ha un contesto favorevole" di avanzare e raggiungere degli obiettivi. L'ultimo punto trattato dall'autore è il "conformismo della trasgressione che diventa un obbligo rituale" tanto che oggi è "più trasgressivo dirsi sensibile alla tradizione". A tal proposito Veneziani ricorda come il linguaggio è cambiato dopo il '68. I sessantottini criticano il linguaggio borghese, ipocrita, il "manierismo delle buone maniere": si arriva così da una parte alla trivialità, al linguaggio volgare e sboccato, alla parolaccia e alla bestemmia, dall'altra il linguaggio adeguato al politically correct, "che impone di non dire mai le cose come sono" per cui il cieco è il non vedente, il bocciato è il non promosso, ecc.

Insomma, il giudizio di Veneziani sul '68 è assolutamente caustico, teso però a cercare di superare al più presto la moda di parlarne, anche a quarant'anni di distanza, perchè in fondo non vi sono motivi per ricordare il 68 come un anno diverso dagli altri.

Ecco due video con i frammenti più significativi della presentazione del dottor Veneziani.
Ricordiamo che, per meglio ascoltare il video, è necessario fermare la riproduzione della musica di sottofondo; per farlo, basta scorrere la pagina fino in fondo, dove è collocata la banda di riproduzione, su cui cliccare il pulsante di pausa. In alternativa, cliccate sui seguenti link: 1° FRAMMENTO ; 2° FRAMMENTO.

1° FRAMMENTO



2° FRAMMENTO



domenica 9 novembre 2008

ROVESCIARE IL '68 - MARCELLO VENEZIANI


Con estremo piacere,
l'Associazione Culturale La Barbatella e Lions Club Casteggio-Oltrepò presentano l'incontro con Marcello Veneziani, che, in compagnia di Fabrizio Guerrini, presenterà la sua ultima fatica letteraria.




Rovesciare il '68.
Pensieri contromano su quarant'anni di conformismo di massa

Marcello Veneziani


Mondadori

€ 17,00

Il 68 è al potere e vigila su di noi. L'onda lunga e corrosiva del 68, l'ultima febbre che attraversò le giovani generazioni in Occidente, pervade ancora la nostra epoca.
I rivoluzionari di allora e i loro continuatori sono divenuti la nuova classe dominante nel mondo della cultura e della politica, dei media e dell'istruzione, del sindacato e della magistratura, e primeggiano nel regno del divertimento e della pubblicità. Fallito come rivoluzione politica, il 68 si è mutato in ideologia radical, conformismo di massa e canone di vita. Ha distrutto i valori della tradizione, dell'educazione, della religione, mandando in frantumi scuola e famiglia e lasciandoci in eredità un'ideologia libertina e permissiva sul piano dei valori e dei doveri, dei costumi e dei linguaggi, ma intollerante e repressiva verso chi non si riconosce in quel movimento libertario, nei suoi codici e modelli.
Dopo quarant'anni è ormai tempo di bilanci, revisioni critiche e necessarie inversioni di rotta. Marcello Veneziani ripercorre la multiforme eredità della parabola contestataria e critica le ideologie discendenti con un caleidoscopico e caustico bazar di appunti e frammenti, di foto di gruppo e di istantanee di pensiero. Un viaggio attraverso quattro stagioni: l'autunno del 68, "virus di un'epoca riassunto nella superstizione di una cifra"; l'inverno del nostro scontento, tra le ingombranti rovine lasciate dal ciclone sessantottino, soprattutto nell'ambito dell'educazione e della scuola; la primavera della famiglia distrutta dall'ideologia contestataria; infine l'estate della tradizione, intesa come vera trasgressione futura, capace di ricomporre i frammenti di una narrazione interrotta, di un tessuto civile lacerato, di simboli culturali mozzati.
Un testo negazionista del 68, irriverente verso i nuovi divieti e i nuovi obblighi di leva, che non ha paura di essere troppo rivoluzionario né troppo conservatore.

Insomma, Veneziani getta uno sguardo quarant'anni dopo su quel fenomeno che è diventato il '68, traendone un bilancio, dal momento che quel periodo ha partorito figli e anche nipoti. È salito al potere e diventato conformismo di massa, anzi, sostiene Marcello Veneziani, canone di vita.
Ha creato luoghi comuni e nuovi pregiudizi, codici ideologici, il cui rispetto implacabile è il presupposto unico per poter vivere il proprio tempo: emblema di questa tendenza è il politically correct.
Nel 2008 - ricorda curiosamente l'autore - i sessantottini sono diventati sessantottenni ed è ora di fare i conti con la loro opera e la loro eredità.
Per compiere questo viaggio in un'epoca così particolare e così importante per le ripercussioni sul presente, Veneziani si affida ad un veloce insieme di schizzi e frammenti, di flash e immagini, di foto di gruppo e istantanee di pensiero. Uno zapping animato da un triplice progetto: descrivere in breve il '68; ricordare cosa resta e quali sono le sue rovine oggi spesso ingombranti; capovolgere il '68 attraverso l'uso creativo e trasgressivo della tradizione, quella tradizione che per tanto tempo è stata denigrata e che andava superata.

Solo per darvi un'anteprima, abbiamo scelto alcuni passi, che ci sono parsi interessanti e significativi per ciò che racchiudono: giusto per un assaggio prima della lettura, caldamente consigliata!

La rivoluzione sognata dal 68 non ha rovesciato gli assetti di potere, i rapporti di classe, ma i valori e i costumi.

Il 68 infiammò un'epoca e poi lasciò una nuvola di fumo. Fumo ideologico per una generazione rapita da fumose utopie. Fumo di molotov, micce e P38 per una generazione che scelse la violenza e il partito armato. Fumo di canne e allucinogeni per una generazione che fuggì dalla realtà attraverso la droga. Le tre gioventù fumanti che uscirono dal 68 inseguivano un miraggio comune: il paradiso artificiale a portata di mano.

(...) gli effetti sociali e culturali furono vasti e devastanti: la scuola e l'università, la chiesa e le istituzioni, la famiglia e la borghesia uscirono peggio di come vi erano entrate. Non solo più affaticate e demotivate, ma anche umanamente, culturalmente, eticamente sfiancate, inacidite, peggiorate.

L'egocentrismo generazionale e soggettivo fu l'effetto più profondo del 68.

Il professor Platone, nell'VIII libro della Repubblica dimostra che il 68 non fu nemmeno una novità, ma un vetusto rigurgito anarchico che periodicamente risale dalle viscere della storia.

La società estetica, fondata sul principio del piacere, fu il sogno che percorse il 68, somministrato da Marcuse.

La liberazione sessuale ha coinciso con l'uso commerciale e consumistico e della donna.

Il professore che un tempo godeva di prestigio e autorevolezza è ridotto al rango di colf o animatore. E' sceso nella scala sociale, e costituisce un antimodello, ciò che i ragazzi non vogliono diventare... Altrimenti finisci come lui, a insegnare...

La trasgressione è intesa come la normalità.

La maggior parte degli antifascisti che fecero la Resistenza non volevano la libertà ma un'altra dittatura, comunista o giacobina. Sognavano un totalitarismo più compiuto rispetto a quello fascista, che abolisse proprietà, disuguaglianze, mercato e religione.

(...) Interiorizzazione del pubblico, esternazione dell'intimo. Ciò che è privato si confessa in pubblico, esige pubblico. Con la scusa dei diritti civili, la città entra in casa. Qui ha vinto davvero il 68: il personale è politico.

Lo sfascio famigliare ha prodotto una nuova figura tragica, grottesca e vagabonda: lo sfamiglio, che non è semplicemente un single, ma il profugo e il superstite dall'esplosione che ha colpito al cuore la cellula basilare della società, la famiglia.

La famiglia è il primo stadio di quel passaggio dalla natura alla civiltà; non cancella quel che è in natura, ma gli dà un senso, una norma, un riconoscimento, un'eredità e una prospettiva. (...)

(...) La tradizione trasmette non rimpiange. Esprime continuità, non cordoglio.

Le caste in Italia sono tre e non una soltanto: a quella politica, si aggiunge quella tecno-economica e quella intellettuale, allevata dall'italomarxismo e consacrata dal 68. Un sistema di caste a circuito chiuso, a cui si accede per cooptazione, affiliazione e accettazione del canone.

Né single né sposati, in medio stat virtus. In anulare stat virus.

I veri tradizionalisti amano gli alberi, a cominciare dall'albero genealogico.

Troppe morti per velocità, abusi, sesso, droga, alcol. La vita piace da morire.

La tv ha due facce: fa compagnia a chi è solo, isola chi è in compagnia.

(...) Nobile, contrazione aristocratica di non abile.

Gli ambientalisti crescono con l'inquinamento. Una città sana ha i polmoni verdi intorno e la materia grigia in testa. Qui si è invertito l'ordine cromatico.

La scuola si fonda sulla tradizione. Non c'è scuola se non c'è nulla da trasmettere, da tramandare. La scuola è connessione a una rete verticale di saperi ed esperienze tra generazioni. La sua chiave d'accesso è tra.

L'ipocrisia non è il contrario della verità, ma il suo galateo. L'ipocrisia non è come la menzogna: è il velo dorato sul vivere civile, funge da imene della verità, perchè la tutela, impedisce di violarla o abolirla. La verità attiene all'essenza della vita, l'ipocrisia riguarda le relazioni civili. La cultura discesa dal 68 pensò al contrario: dichiarò guerra all'ipocrisia ma dichiarò morta la verità. Squarciare il velo per non trovare nulla.

lunedì 3 novembre 2008

LA MOSTRA DI CORREGGIO A PARMA


Siete mai stati a Parma? Vi consiglio caldamente di visitarla: una cittadina veramente incantevole, che ti cattura fin dai primi passi che si compiono sulle sue strade.
L'occasione per cui abbiamo visitato Parma è stata la mostra di Correggio (anche questa è imperdibile, avete tempo fino al 25 gennaio 2009): è articolata in quattro sezioni rappresentate da Galleria Nazionale, Camera di S. Paolo, Chiesa di S. Giovanni Evangelista e Cattedrale. Sicuramente i due pezzi forti sono la visita alle cupole della Cattedrale, dove si può ammirare L'Assunzione della Vergine, e della Chiesa di S. Giovanni, con la celebrazione dell'Evangelista.
Nell'Assunzione della Vergine, sono raffigurati gli apostoli appoggiati ad una balaustra ottagonale, sopra la quale si trovano dei fanciulli che bruciano incenso per il funerale della Vergine. Al centro della cupola si assiste all'evento dell’Assunzione della Vergine, ormai giunta ai limiti del Paradiso, quasi spinta da una moltitudine di angeli, Santi e figure appartenenti al Vecchio Testamento. Al centro delle nubi celesti l’Arcangelo Gabriele, o Cristo, aspetta Maria per segnare il suo volo verso il cielo. Sotto al vano della cupola si trovano pennacchi affrescati con i quattro protettori di Parma: San Bernardo, Sant'Ilario, San Giuseppe, che da molti è indicato come San Tommaso, e San Giovanni Evangelista, mentre negli estremi inferiori dei sottarchi vi sono sei figure giovanili affrescate in chiaroscuro, che portano festoni semplici e sottili da appendere al tempio per festeggiare il grande avvenimento.

In S. Giovanni, invece, Correggio esegue l'affresco della cupola come sua prima opera nello stesso edificio. Lo schema iconografico pare alludere a un'Ascensione del Redentore, ma a ben guardar il moto di Cristo, reso evidente dallo svolazzo dei panneggi, è discendente e non ascensionale, mentre la figura di San Giovanni è quasi nascosta, stesa sul cornicione della cupola, al di sotto del cerchio degli apostoli. Nei pennacchi sono rappresentati i Padri della Chiesa accoppiati agli Evangelisti. Nei sottarchi Correggio dipinse figure monocrome di eroi biblici, mentre decorò a grottesche i semipilastri sottostanti.

Nella Galleria Nazionale sicuramente degno di nota è il "Compianto sul Cristo morto", sempre del Correggio, opera di somma perizia, in cui traspare tutta la sofferenza del momento raffigurato: il dolore del supplizio, lo svenimento, l'urlo, la disperazione.

Al termine della visita, un bel giro nel centro di Parma: da Piazza Duomo a Piazza Garibaldi, passando per Piazza della Steccata con la splendida chiesa di S. Maria della Steccata. Per non parlare delle quattro vie principali che si incontrano nella piazza Garibaldi: strada Cavour, strada Farini, Strada della Repubblica e Via Mazzini.
Un'amenità è rappresentata dal Palazzo Ducale, immerso nel Parco Ducale: una grande area verde, dove si può passeggiare o contemplare la natura del parco, potendo estraniarsi dalla realtà cittadina.

Accanto al profilo artistico, Parma vanta una tradizione enogastronomica: basti pensare al Parmigiano Reggiano, al Prosciutto di Parma, al Culatello di Zibello, ai tortelli alle erbe, alla torta fritta e via dicendo...Specialità da leccarsi i baffi!






Per info:



Aldo Bonaventura

sabato 25 ottobre 2008

GIOVANNI BIANCONI PRESENTA "ESEGUENDO LA SENTENZA"

Giovedì 16 ottobre, alle ore 21, presso l'Almo Collegio Borromeo di Pavia, ho avuto il piacere di assistere alla presentazione del libro di Giovanni Bianconi Eseguendo la sentenza. Roma, 1978. Dietro le quinte del sequestro Moro. Alla presentazione hanno partecipato, oltre all'autore, Mino Martinazzoli (allora Presidente della Commissione inquirente per i procedimenti d'accusa), Virginio Rognoni (allora vicepresidente della Camera dei Deputati; subito dopo il ritrovamento del corpo di Moro, subentra a Cossiga al Ministero degli Interni) e Corrado Belci (allora deputato e direttore de Il Popolo, il giornale della Dc).
Belci, il primo ad intervenire, elogia l'opera di Bianconi per aver "riconnotato come tragedia" quel triste evento, mentre nei primi anni seguenti l'uccisione del presidente della Dc vi era un eccessivo "sensazionalismo nella pubblicistica", una "sovrabbondanza di tossine della dietrologia", che aveva tirato in ballo la teoria del "Grande Vecchio". Egli ricorda come Cabras, segreteria Dc, sosteneva con forza che il sequestro si inscriveva nel periodo storico particolare che stava vivendo l'Italia intera: lo stesso Belci, ora più lucido, appoggia questa tesi, affermando che "non si può estrapolare il sequestro Moro dall'Italia di allora, con i morti che ci sono stati prima di Moro, nei 55 giorni del sequestro e dopo Moro, fino a Ruffilli, Biagi e D'Antona".
Apprezzamento per il libro giunge anche da Martinazzoli, il quale parla di una "ricostruzione corale", cioè una ricostruzione reale e veritiera di cosa accadeva in quei giorni, nella vita di tutte le persone normali, oltre che dei politici, degli intellettuali, ecc. Interessante l'interrogativo posto dall'ex segretario Dc: egli si chiede quanto e come ha contato il "modo di essere italiani" nell'affrontare la tragica vicenda, ricordando come molto spesso, per noi, "l'immaginazione va oltre la realtà". Viene inoltre ricordato come il modo di comportarsi di Moro racchiude tutto il suo modo di fare politica, un uomo grande anche nel momento difficile. Martinazzoli conclude dicendo che si può ricavare qualcosa dal sequestro Moro "non archiviando il caso" (come hanno sostenuto Fassino e Ingrao), ma tenendo aperta la questione.
Rognoni, infine, si limita a ricordare quei giorni, certamente tremendi e angoscianti, oltre che quelli ancora più difficili da Ministro degli Interni in un momento in cui non poteva sicuramente delicato; sottolinea, inoltre, come dal libro traspare l'atteggiamento di "immobilismo dello Stato", la linea "nè con lo Stato, nè con le Br", ossia la linea dura che la Dc aveva deciso di portare avanti, che Bianconi contesta non essere sempre stata tenuta.




ESEGUENDO LA SENTENZA.
Roma, 1978. Dietro le quinte del sequestro Moro

Giovanni Bianconi

Einaudi Stile libero

€ 17,00